Portolano per rotte inedite verso lidi inesplorati – Fondato e diretto da Luigi Sanlorenzo

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Namibia:in viaggio con l’arcobaleno

Con grande emozione pubblichiamo il resoconto del recente viaggio della scrittrice in Namibia. Hemingway amava l’Africa per le grandi battute di caccia e lo splendore del Kilimangiaro, Wilbur Smith ce ne fatto conoscere le bellezze e le contraddizioni a volte feroci, sfondo dei suoi indimenticabili romanzi. Il cinema ci ha regalato momenti di pura gioia e storie senza tempo. Antonella legge la sua Africa attraverso i  colori dell’arcobaleno e ci regala sensazioni e riflessioni che solo una narratrice mediterranea che per tutta la vita ne ha guardato e sognato  il lontano profilo da Mazara del Vallo, può essere in grado di restituirci. Riuscitissima prova nel genere della letteratura di viaggi che ci auguriamo possa avere il seguito che attendiamo,  dopo il successo già sperimentato con la narrativa e che ha fatto del romanzo  “Desiata” un felice esordio. (Luigi Sanlorenzo)

 

Reportage di

Antonella Marascia, scrittrice e viaggiatrice solidale

 

 

7 settembre 2025. Finalmente è giunto quel viaggio atteso da anni, sfuggito col COVID, prenotato fin da quando la nostra Loredana Rabellino (Vicepresidente MAIS[1])– all’inizio di questo anno – ci ha avvisati che si andava in Namibia. La data di partenza sembrava lontanissima ma è arrivata. Siete pronti a venire con noi? Vi porteremo in giro per questa Africa dentro le Afriche, nella terra di tutti i colori, viaggiando con l’arcobaleno.

All’aeroporto di Windhoek (la capitale della Namibia) ci accoglie Enrico, la nostra guida, e la prima cosa che ci insegna è il Tempo Africano, con gli orologi con le sole lancette, senza numeri... “Noi ci arrabbiamo e diventiamo rossi. Loro non cambiano comunque colore…”.Mi viene in mente un proverbio del Botswana: “Neverrun, guys”. Impareremo il tempo lento, lo scorrere di un paesaggio cangiante lungo strade sterrate che metteranno a dura prova le nostre schiene. Ma non c’è altro modo se vuoi conoscere la Namibia. La devi attraversare, lentamente. Un chilometro dopo l’altro, in compagnia di animali selvaggi in libertà, rocce che cantano storie arcane, donne fiere, bambini e bambine curiosi e giocherelloni proprio come lo sono in tutto il mondo (“definisca un bambino”…), contrasti violenti, primati straordinari e terribili. Seguiremo il ritmo dell’arcobaleno e proveremo a restituirvi le emozioni che ci hanno rapiti, un arco dopo l’altro. Cominciamo.

ROSSO come il colore del sole al tramonto che ci accoglie la prima sera al Camp Namutoni dentro il Parco Nazionale dell’Etosha, e come la luna piena che sorge esattamente all’opposto. Come le rocce del Damaraland e come le mille sfumature dei granatini sgretolati dall’oceano Atlantico a Swakopmundche disegnano pennellate sanguigne tra la spiaggia e le onde. Ce li fanno scoprire i ranger che ci scorrazzano con le 4×4 sulle dune di sabbia di Sandwich Bay, fotografando da vicinissimo quella che sembrava semplice sabbia colorata e invece è un miscuglio di minerali semi- preziosi.Rosso come il deserto del Namib, dove a Sussusvlei si trovano le dune più alte del mondo che all’alba sembrano infuocarsi da un lato, mentre dall’altro sono completamente nere, così che puoi seguirne col dito i contorni sinuosi come se avessi tra le mani un pennarello. Ne scaliamo una di circa 300 metri (The Big Daddy, con alle spalle The Big Mama) e impariamo che le salite, anche quelle della vita, vanno affrontate a piccoli passi, una punta dopo l’altra, ritmando il respiro fino a quando non spezzi il fiato. La discesa la puoi fare come vuoi: a piedi nudi, saltando a piè pari come i canguri, correndo a zig-zag, scivolando col sedere o anche rotolando verso Sud.Ancora un rosso, come il Canyon di Sesriem formato principalmente per l’erosione ad opera del fiume Tsauchab, che, nel corso di circa 15 milioni di anni, ha scavato profondamente le rocce sedimentarie locali, creando una fenditura lunga un chilometro e profonda fino a 30 metri, un vero e proprio “miracolo geologico”. Il nome SesRiem(Sei Corde) deriva dalla modalità con cui i nativi attingevano acqua con secchi legati da sei corde e calati fin sul greto del fiume durante la stagione delle piogge.  Un ultimo rosso, rosso fuoco, come la zuppa di pomodoro e peperoncino immortalata da Vanna, annaffiata dall’ottimo vino sudafricano Pinotage, un incrocio tra Pinot Nero e Cinsault, con cui deliziamo i nostri palati. 

ARANCIONE come il colore sgargiante delle donne Himba, bellissime ed eleganti anche quando sembrano uscire da un quadro di Botero. La Namibia conta circa 3 milioni di abitanti suddivisi in 11 tribù, ognuna delle quali ha la sua lingua ufficiale. Gli Himba sono circa 50.000 e rappresentano una piccolissima parte della popolazione namibiana. Tra il parco dell’Etosha e prima di Khorixas entriamo in un loro villaggio dalle capanne coniche, costruite principalmente dalle donne, con rami, fango e sterco di vacca. Le splendide Himba stanno sempre a seno nudo, su cui appoggiano collane vistose, ed esibiscono capigliature a trecce con extension di crine nero che, viste da dietro, sembrano regali mantelli. Si vestono con strisce di pelle e stoffa trattenute da bellissime cinture e vanno in giro così anche al mercato o in città. L’acqua è il bene più prezioso per cui non sì lavano mai, ma non puzzano affatto e ogni giorno si spalmano il corpo e i capelli con una pasta grassa fatta di ocra, cenere, burro di capra, incenso e altre erbe aromatiche (ogni donna ha il suo profumo) e sfavillano in tutta la loro fiera vanità, proteggendosi allo stesso tempo dal sole e dagli insetti.Aromatizzano le ascelle e le parti intime con il fumo di erbe selvatiche che bruciano in una piccola coppa. Gli Himba restano pastori nomadi la cui ricchezza si misura dal numero di mucche. Gli uomini sono al pascolo, nel villaggio incontriamo solo donne e bambini. I maschietti hanno una sola trecciolina centrale, le femminucce ne hanno due. Dopo il menarca possono acconciare i capelli con un ciuffo frastagliato sulla sommità del capo. Caviglie e polpacci sono coperti con dei gambali di metallo, decorati da una striscia di cuoio se hanno un solo figlio, da due se ne hanno più di uno. Il capo villaggio, impegnato ad intagliare animaletti di legno-carta, ha quattro mogli, ciascuna delle quali vive nella sua capanna con i figli. A turno le mogli passano la notte col marito nella sua abitazione, caratterizzata da un braciere sacro posto davanti la porta. I bambini e le bambine vanno a scuola nello stesso villaggio e hanno una maestra Himba per cui imparano a leggere e scrivere nella loro lingua. Masticano comunque un po’ di inglese e sembrano adorare i cellulari: accettano di farsi fotografare, ma dopo vogliono vedere le foto e scorrono impazienti lo schermo del telefonino, ridendo e indicandosi l’uno con l’altro. Lo scopo principale di questa piccola popolazione è quello di preservare il loro stile di vita, i costumi, le tradizioni e sembra che ci riescano. Di un cupo arancione risplendono le rocce del Damaraland che formano strani canyon alla Indiana Jones. Ne attraversiamo uno e ci troviamo improvvisamente davanti ad un Lodge, ben mimetizzato sul fianco della montagna. Pranziamo spesso lungo la strada, in luoghi suggestivi. È un continuo “oh…oh…oh…” di meraviglia.

GIALLO come uno dei tanti deserti di questa “Vasta Terra”. Ce ne sono di bianchi, di rosa, di grigi, a strisce, a onde. Il viaggio è un susseguirsi di colori abbaglianti o sfumati come acquerelli. All’alba il deserto del Damaraland diventa dorato, come alcuni fiori del deserto che brillano nel cinerino delle sabbia antiche, come i fiori delle acacie che stanno riempiendo rami e interi paesaggi,come l’erba del Bush[2] che è talmente gialla da sembrare un campo di grano maturo.Giallo è il manto degli springbok, antilopi di medie dimensioni che intravediamo spesso e molto volentieri in branchi mentre percorrono il territorio in cerca di cibo, acqua ed ombra. Ed è il colore prevalente della leonessa con i cuccioli che ci fermiamo ad ammirare lungo il percorso, in una delle tante pozze dell’Etosha, e delle eleganti giraffe che brucano tranquille e indifferenti al nostro passaggio. Insieme al bianco, al rosa e all’azzurro, giallo è il becco del nostro amico pellicano, impegnato a corteggiare Erminia e catturato dall’obiettivo di Fabrizio.Gialla è la cornice di legno che segna il Tropico del Capricorno di Rostock Ritz (parallelo sud 23°30′, meridiano est 15°46), dentro la quale ci alterniamo per le foto-ricordo. Giallastro è il percorso accidentato che ci conduce fino alle incisioni rupestri di Twyfelfontain, dette “petroglifi”, di origine incerta. Il buon Enrico consiglia a chi non se la sente di restare alla base, ma nessuno si tira indietro e ci aiutiamo gli uni con le altre nei passaggi più impegnativi. Il viaggio è anche questo. 

VERDE come le chiome degli alberi che sbucano numerosi dai letti dei fiumi in secca che nascondono comunque il segreto di vene d’acqua preziose. Siamo all’inizio della primavera, tra poco arriveranno le piogge, la natura esulta già con foglioline e gemme. Oltre alle tantissime acacie, ci imbattiamo nell’Albero faretra (Aloidendrondichotomum), nel Mopane (Colospermummopane), nella Marula (che dà il nome al liquore più famoso della Namibia), nel Fico gigante, nella Moringa ovalifolia e in piante succulente come i Bottletree (Pachypodiumlealii) e la WelwitschiaMirabilis, una pianta appartenente alle Gimnosperme ma dalle caratteristiche estremamente peculiari. Darwin la definì “l’ornitorinco del regno vegetale”. Alcuni esemplari hanno più di 2000 anni… Ha solo due grandi foglie con al centro le infiorescenza maschili o femminili ed una circonferenza che può raggiungeremolto lentamente quasi i due metri. Percorriamo spesso i fiumi in secca, alla ricerca degli elefanti del deserto che però hanno deciso di non farsi trovare… Ma troviamo la verdissima Aloe saponaria in compagnia di un delizioso passeraceo. Enrico ci insegna a distinguere le piante molto, molto velenose, come l’euforbia travestita da cactus, il cui lattice è tossico e persino mortale. Una guida dopo averla toccata si è sfregata la fronte e non ci ha visto più per quattro ore, tanto che ha dovuto sospendere il tour. I boscimani usano il lattice per avvelenare le frecce che usano per cacciare.Accanto alle piante velenose ce ne sono altre che salvano la vita, come un’erbetta dall’aspetto insignificante ma estremamente dissetante: se la sfreghi ti bagni i polpastrelli, puoi umettarti le labbra e sopravvivere.

AZZURRO come il piumaggio dello storno splendido blu maggiore fotografato da Erminia, come l’immenso cielo che si staglia oltre le dune e come l’Oceano Atlantico che ci accoglie ruggendo dalla mitica Skeleton Coast, protagonista indiscussa di tanti romanzi d’avventura alla Wilbur Smith, fino a Swakopmundche raggiungiamo dopo un’intera giornata di viaggio. Percorriamo in 4×4 la Sandwich Bay, dove il deserto bacia le onde, attraversiamo in catamarano la Lagunadi WalvisBayin compagnia di un pellicano e di un’otaria, interessati ai pesciolini che un membro dell’equipaggio offre loro come di consueto. Navighiamo dentro la grande baia in piacevole compagnia. Appena prendiamo posto ci viene offerto un liquore molto simile al nostro Marsala, come se fosse un rito anti mal-di-mare (ma non si dovrebbero mangiare le aringhe?). Comunque, all’interno della grande laguna l’Oceano è steso e liscio come un immenso lenzuolo. Ad un certo punto avvistiamo uno spruzzo bianco e poi un dorso blu e una magnifica coda… È una megattera! Scattano le macchine fotografiche, i teleobiettivi e i cellulari, si spalancano gli occhi davanti ad uno spettacolo della natura che ci tocca il cuore. Avvistiamo centinaia di otarie che puzzano come una discarica (è evidente non si ungono con il grasso profumato delle Himba) e sembrano lucidi gattoni con i lunghi baffi, mentre il cielo si riempie di gabbiani e intravediamo persino una tartaruga che si affianca per qualche attimo alla nostra imbarcazione. Proseguiamo la minicrociera degustando le straordinarie ostriche locali e sorseggiando bollicine sudafricane. Forse l’azzurro è il colore del benessere. Ritroveremo le ostriche a cena e approfitteremo di chi non le gradisce e le mette a disposizione di noi tuttivoriche mugoliamo di piacere,annusandole con voluttà prima di mettere in bocca un pezzetto di mare. Forse l’azzurro è il colore della felicità?

INDACO: classificato da Newton come sesto colore dell’arcobaleno, l’indaco si presenta come una tonalità non facilmente descrivibile, una particolare sfumatura tra l’azzurro ed il viola capace di rilassare i sensi. Lo intravediamo tendente al rosa mentre attraversiamo le saline più grandi dell’Africa a WalvisBay, negli stormi di fenicotteri che caratterizzano la spiaggia di Swakopmund, nella predominanza di tutti i grigi dell’architettura coloniale di questa storica cittadina sulla costa Atlantica. Come ci spiegava Enrico, con la conferma del nostro navigatore Danilo, nel 1884, al termine delle trattative della Conferenza di Berlino, gran parte del territorio dell’odierna Namibia fu assegnato alla Germania, e andò a formare l’Africa Tedesca del Sud-Ovest. Nel 1915 questi territori passarono nelle mani degli inglesi, ma l’impronta architettonica bavarese era già prevalente e tale si è mantenuta. Indaco è la lastra di arenaria con un “petroglifo” che rappresenta l’uomo e lo struzzo, foto gentilmente condivisa da Fernanda.Tutte le sfumature dell’indaco sono presenti nei “Cerchi delle Fate”, zone circolari prive di vegetazione, con un diametro che va dai 2 ai 12 metri, delimitati da un anello di erba alta del tipo Stipagrostis, che Enrico ci indica lungo il percorso, anche se si trovano più abbondanti nel deserto meridionale della Namibia. Possono avere una vita di circa 24 anni e a volte raggiungono età molto più elevate. Per lungo tempo si è ipotizzato che fossero opera delle termiti. Gli Himba del nord della Namibia invece credono che i cerchi siano un fenomeno divino. Oggi sembra che il mistero sia stato risolto da uno studio fatto in Australia, dove appaiono fenomeni simili. “È stato verificato che all’inizio le piante formano un cuscino compatto e mentre altre piante nascono verso l’esterno, quelle del centro muoiono creando un disegno circolare senza più vegetazione. Sembra che all’interno di questo cerchio si accumulino microbi del suolo che impediscono la crescita di piante giovani. (…) Ecco svelato, sembra, il mistero dei cerchi delle fate. Non termiti, non divinità, non fate ma…microbi”[3].Sembrache una sfumatura di indaco tendente al turchese sia il colore dell’universo. Dopo alcuni giorni di nuvolo, il deserto del Namib ci regala finalmente quei cieli stellati dentro cui ci perdiamo definitivamente, tra la Croce del Sud, la Via Lattea, lo Scorpione con tanto di chele, coda e pungiglione. L’aurora ci accoglie con Orione in tutta la sua magnificenza euno spicchio di luna “sincera” che Cresce se fa la “C” e Decresce se fa la “D”, al contrario di quanto accade nell’emisfero boreale, dove la luna è bugiarda… La Namibia è uno dei migliori luoghi al mondo per osservare la Via Lattea grazie alle condizioni climatiche eccellenti, con un clima secco e notti limpide da maggio a settembre (… e noi a settembre siamo!) che offre una visibilità sorprendente e un’esperienza eccezionale per l’osservazione astronomica, permettendo un’immersione totale tra stelle, pianeti, costellazioni, galassie, connessioni arcane che alimentano la nostalgia del futuro.

VIOLETTO, come il colore della pelle delle bambine e dei bambini Himba, che ricordano il cioccolato. Ci distraiamo un attimo ed ecco che ci troviamo Michele e Rita con un bimbo in braccio. Tenerezza infinita! In fondo siamo qui per loro e così, rientrando a Windhoek,prima di trasferirci a Johannesburg, ne approfittiamo per visitare “Mammadu” (letteralmente: “la mamma fa” …), un centro di accoglienza fondato nel 2008 da Agnes Albrecht[4]. Da allora ogni giorno vengono offerti aiuto e servizi ai minori abbandonati o maltrattati e alle famiglie più indigenti che vivono nella baraccopoli di Otjomuise, alla periferia della capitale. Tra le attività organizzate a favore dei piccoli ospiti si contano corsi di alfabetizzazione e di lingua inglese, laboratori ludico-espressivi, attività sportive, educazione sanitaria. La Namibia ha avuto uno dei tassi di prevalenza dell’HIV più alti al mondo, ma ha fatto progressi significativi nel controllo dell’HIV/AIDS, grazie anche ad un intenso lavoro di prevenzione nelle scuole, a partire dalla primaria. Oggi il tasso di prevalenza resta elevato ma è in diminuzione, con una copertura di trattamento quasi universale per le persone positive al teste successi notevoli nella prevenzione della trasmissione madre-figlio (PMTCT). Nonostante ciò, l’epidemia rimane una sfida, con un impatto significativo sulla popolazione. Le famiglie sono spesso formate da sole donne e dai loro figli e molti bambini restano orfani quando la mamma, ammalata di AIDS, muore. Mammadu è una goccia nell’oceano del bisogno, ma è una goccia reale, una parola-chiave fatta da sette lettere, colorate come l’arcobaleno che ci accoglie all’ingresso del centro e che dà un senso alla prosecuzione del nostro viaggio.

La Namibia è questo ma non solo… E’ anche il BIANCO assoluto dell’Etosha Pan, un immenso deserto di sale di circa 3600 Kmq che nella stagione delle piogge si trasforma in un lago brulicante di fenicotteri. Di un bianco abbagliante è anche la Death Valley che si apre ai piedi delle dune colorate del Namib, interrotta da alberi di acacia cristallizzati, nerissimi, dalle forme inquietanti: alcuni sembrano lucertoloni preistorici, draghi accovacciati o braccia tese ad implorare acqua e pietà al cielo assolato ed asciutto di questo pezzo di Africa dentro le Afriche. NERO è il magnifico rinoceronte (che qui chiamano affettuosamente “Rinho”) che scorgiamo nel Bush. La Namibia è l’ultima casa rimasta per i rinoceronti in libertà, dove sono presenti circa un terzo di tutti i rinoceronti neri al mondo e noi abbiamo il privilegio di ammirarne uno, in tutta la sua oscura potenza. Nero è il colore della paura delle vipere soffianti, degli scorpioni, dei ragni velenosi che potrebbero annidarsi dentro i bagagli lasciati aperti! Enrico ci consiglia caldamente di chiudere tutto e di scuotere abiti, asciugamani e accappatoi prima di utilizzarli (per fortuna non si segnalano incontri di questo tipo per tutta la durata del viaggio).Il MARRONE scuro, con riflessi cangianti,caratterizza la Foresta Pietrificata,il più grande accumulo di tronchi fossili dell’Africa meridionale, situata circa 45 km a ovest di Khorixas. I tronchi sono in un ottimo stato di conservazione, se ne stanno distesi come zattere alla deriva e noi li guardiamo con rispetto. Ci piacerebbe accarezzarli, ma sarebbe un gesto sconsiderato per cui ci asteniamo. Il marrone è anche il colore della pausa caffè che ci inventiamo per una coccola profumata a metà mattina. Lo prepariamo in borraccia con acqua calda e il caffè solubile dei Lodge dove pernottiamo e lo beviamo nei piccoli bicchierini del latte, opportunamente riciclati. Lungo tutto il viaggio siamo circondati dalla fauna MULTICOLORE che caratterizza questo vasto territorio australe: leonesse, struzzi, gazzelle, gnu, zebre, kudu, orici, elefanti, galline faraone e uccelli chiacchieroni che ci danno il buongiorno tutte le mattine. Purtroppo, non avvistiamo ghepardi e leopardi e neanche sua maestà il Re Leone… Multicolore sono anche le vesti delle donne Herero e i loro strani copricapi che ricordano le corna di mucca, simbolo di prosperità. Alte e snelle, le incontriamo lungo la strada nel loro piccolo mercatino artigianale, dove vendono bambole e collane di perline. Infine, giorno dopo giorno, ci lasciamo abbracciare dalle mille sfumature del GRIGIO, il colore simbolo di equilibrio, professionalità ed eleganza, ma anche di tristezza, freddezza e indecisione. Come i contrasti che caratterizzano l’Africa e le Afriche, la Namibia e le Namibie, con i suoi primati positivi ma anche terribili.

Il nostro viaggio si conclude il 20 settembre a Johannesburg con i canti e le allegre danze con le quali ci accolgono e ci coinvolgono i piccoli ospiti della Casa-famiglia MAIS, vestiti di tuniche sgargianti come tutti i colori dell’arcobaleno! Condividiamo un pranzo nel Giardino di Federico, a base di pietanze salate e dolci, frutta e bevande tenute al fresco nell’apposita ghiacciaia portatile, mentre Jackie Stevenson, referente del progetto, fa come sempre gli onori di casa, circondata da altre mamme che si prendono cura delle bambine e dei bambini, che man mano crescono e diventano adolescenti e poi ragazzi e ragazze, e poi giovani donne e uomini che vengono a trovarci e ci raccontano le loro storie.

 

Bibliografia essenziale

Giulio ALBANESE, Afriche, inferno e paradiso. Viaggio in un Continente dai mille contrasti, Libreria Editrice Vaticana, 2025

Lesley BEAKE, La canzone di Be, Mondadori, 1997

Aaronne COLABROSSI, Dove le rocce parlano al cuore: Diario di viaggio di 4000 chilometri in Africa. Namibia – Botswana – Zimbabwe, Collana Viaggi&Reportage, 2021

Clive CUSSERL, Skeleton Coast, Longanesi, 2010

Wilburn SMITH, La spiaggia infuocata, Longanesi, 1986

 

NOTE

[1]MAIS, acronimo di “Movimento per l’Autosviluppo Internazionale nella Solidarietà”, è una Organizzazione di Volontariato costituita nel 1987. Tra le attività, rientra l’organizzazione di viaggi solidali in Africa e in America del Sud che comprendono la visita ai progetti associativi e l’incontro con i piccoli ospiti che beneficiano del sostegno a distanza.

www.maisodv.org

 
[2]Il termine “bush” in Namibia si riferisce generalmente alla boscaglia, agli arbusti e alle savane sparse che caratterizzano il paesaggio rurale del paese, in contrasto con le aree più urbane.
[3] https://naturaviaggi.org/viaggi-e-offerte/namibia-il-mistero-dei-cerchi-delle-fate/
[4] https://mammadu.org/