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Salvatore Parlagreco – Eschilo, l’enigma dell’aquila assassina

Occorre avere la pelle dura del cronista e il pelo sullo stomaco di chi ha narrato molte vicende in terra di Sicilia  per cimentarsi in uno sforzo colossale come quello che ha compiuto Salvatore Parlagreco affrontando una delle vicende più intriganti e controverse della storia della cultura universale.

Tale è infatti il mistero della morte del tragediografo greco Eschilo le cui pagine eterne  fanno ancora oggi penare sul vocabolario Rocci milioni di studenti in ogni parte del mondo e rivivere ciò con nostalgia a quanti lo furono in gioventù,  mentre convocano ogni anno migliaia di spettatori sui gradini consumati dal tempo del teatro di Siracusa.

Eppure, con lo spirito investigativo di chi osò affrontare in tempi non sospetti il tema dei pentiti di mafia , traendone il romanzo “L’uomo di vetro” (Bompiani, 1998) la storia di Leonardo Vitale mai creduto dagli inquirenti tra cui spiccava il ruolo del vice questore Bruno Contrada e che dopo undici anni di manicomio fu ucciso dalla mafia, Parlagreco rivela ancora una volta una vena di curiosità ben corroborata che lo porta molto lontano nel tempo ma vicino nello spazio, dal momento che il tragico destino di Eschilo si compie nella Gela di cui l’autore è nativo.

Ad interrogarsi sulla fine del drammaturgo eponimo, sono stati per oltre due millenni eminenti studiosi di storia e di cultura greca, critici letterari, filosofi e pensatori,  mai un cronista dalla solida formazione classica mosso contemporaneamente dal rispetto per la statura del personaggio narrato ma, al tempo stesso, da quel desiderio di verità che dovrebbe essere l’anima del secondo più antico mestiere del mondo, il narratore, che, evocando come nel primo la cruda realtà,   entra spesso in conflitto con i benpensanti di ogni tempo, strenui difensori dello status quo e dell’ordine costituito.

Destino a cui Eschilo fu di fatto condannato in vita in quanto esule volontario da quella Grecia di cui aveva portato sulla scena senza sconti le più intime e trasgressive passioni e,  forse, svelato i segretissimi misteri eleusini, fatto questo di cui i potenti sacerdoti di quel culto certo non dovettero essere lieti. 

Un ruolo critico da purissimo intellettuale che,  come sostiene Parlagreco, occorreva ridurre ad un silenzio custodito da potenti anatemi di carattere simbolico che ostacolassero per l’eternità ogni successiva indagine.

Per dimostrare questa tesi del tutto inedita nella storiografia del personaggio,  l’autore ci conduce per mano in un percorso affascinante quanto colto e documentato che testimonia anni di ricerche e di approfondimento condotti con la tenacia del segugio che ha fiutato una pista promettente e, parimenti, con il rigore filologico dello storico che interroga testi di ogni genere dando vita ad un’opera che può essere letta con molteplici livelli di interesse: da cronaca di una morte annunciata a compendio di storia greca, da storia del teatro antico a resoconto di secoli di archeologia, da esegesi linguistica a sterminata bibliografia di autori che di Eschilo si sono occupati,  da Dante Alighieri a Jorge Luis Borges, da Plutarco a William Shakespeare, da Platone ad Emanuele Severino.

A differenza di  molti e più celebrati autori che adottano l’espediente di un manoscritto immaginato come ritrovato, Parlagreco parte da un’incisione –  documentata ma andata perduta –  tramandata come epitaffio di Eschilo in cui stranamente si celebrano le virtù militari dell’eroe di Maratona ma nulla si accenna di quelle drammaturgiche, quasi a volerne esorcizzare la portata potenzialmente eversiva di chi aveva celebrato Prometeo, epitome dell’ incessante lotta dell’uomo contro il potere costituito ed a  cui proprio un rapace dilania il fegato per l’eternità.

Da qui il dubbio, padre di ogni razionalità, se la vulgata dell’incidente occorso ad Eschilo nelle campagne di Gela a motivo di una tartaruga lasciata cadere da un’aquila prometeica sul suo cranio calvo scambiato per una roccia,  per frantumarne il guscio,  sia stato di fatto un abile depistaggio per nascondere un omicidio che sarebbe, a questo punto, uno dei più eclatanti della storia.

Un’ipotesi affascinante sul piano narrativo e ben suffragata su quello documentale che farebbe di Eschilo non più e non soltanto il padre della tragedia ma l’emblema universale del libero pensiero e della sua nemesi che Parlagreco riassume in un saggio ammonimento conclusivo:

“Il male sa come nascondersi, farsi ascoltare, quali abiti indossare, quale volto mostrare. Ebbro di una crudeltà quasi impersonale, di fronte all’esuberanza della natura, il male impone il silenzio, si lascia alle spalle i secoli, si appropria della lingua dei morti per farci ascoltare parole mutilate da inestinguibili conflitti, espropriandoci della nostra esistenza, rubandoci anche quell’istante incessante in cui l’uomo conosce per sempre chi è stato, chi è, chi sarà.”